Nel ventre di una città...

Inserito in Esplorazioni

Ci sono dei posti che colpiscono in maniera particolare, toccano corde molto profonde e rimangono impressi nella memoria insieme all’atmosfera che vi si respira.

Qualche tempo fa ho visitato un posto che credo sia unico al mondo per la sua singolarità e che di certo non lascia indifferenti. Ne parlo qui per le riflessioni a cui permette di giungere, al crocevia tra psicologia, sociologia, etnologia, e per poter contribuire a divulgarne l’esistenza. 

Si tratta del Cimitero delle Fontanelle di Napoli, luogo al limite tra sacro e profano, cattolico e pagano, spirituale e feticista, realtà e fantasia, immenso ossario collocato all’interno di una cava tufacea, nella pancia vibrante della città, silenzioso, magico, affascinante.

 Vi si accede attraversando il rumoroso e pittoresco rione Sanità, che ha dato i natali al Principe Antonio De Curtis e che stordisce con i suoi toni alti, i forti odori provenienti dai negozi, il chiacchiericcio ininterrotto della gente che cammina disordinatamente. Se lo si attraversa a piedi è ancora meglio, ci si immerge in una realtà tutta partenopea, in cui i confini tra le persone vengono meno, ciò che è dentro è anche fuori, e viceversa, le strade sono strette, non si sa dove camminare, ad un certo punto ci si lascia andare al disordine senza provare a opporre resistenza, ci si lascia andare e basta. Tra mille distrazioni, l’architettura stramba, i motorini che strombazzano, la sensazione di avere poco spazio, quasi ipnotizzati da un mix percettivo che coinvolge tutti i sensi, si arriva a una strada del rione che sembra più tranquilla, Via Fontanelle, chiamata così perché in passato in quella zona vi erano fonti d’acqua, e sulla sinistra compare un’enorme grotta di tufo, il Cimitero delle Fontanelle.

È curioso che il tufo, un tempo prelevato dalle cave sotterranee per costruire, quindi per dare vita e poter creare, avesse e abbia ancora il compito di ospitare anche la morte. Ma, in fondo, per un popolo abituato a dialogare con la dimensione ultraterrena, ad affiancarsi ad essa per farci amicizia e scongiurarne la paura, ciò ha un senso. Tra la vita e la morte c’è un continuum, ci insegna Napoli.

L’enorme grotta di tufo è un’immensa bocca spalancata, l’inquietudine che può suscitare diminuisce nel momento in cui ci si lascia inghiottire e ciò che subentra è un silenzio avvolgente, sacro. Il chiasso della Sanità scompare all’improvviso e si accede davvero a un’altra dimensione. Le umide navate della grande grotta, illuminate dalla luce soffusa dei lumini, ospitano circa 40.000 resti umani, perlopiù teschi, ma anche femori e tibie, ordinati e allineati con precisione, e pare che sotto il suolo su cui si cammina ce ne siano ancora altri. È un cimitero senza sepoltura, dunque, un cimitero di non sepolti, di resti anonimi privi di riconoscimento, che dalle orbite vuote dei loro teschi sembrano guardare il visitatore e chiedergli una preghiera. E, in effetti, vien quasi da pregare, da regalare un pensiero a quei morti senza storia, e anche il più fervente ateo, il più convinto materialista, rimane in rispettoso silenzio e sente l’afflato di una spiritualità molto antica, quasi pagana.

Non è un posto macabro, tutt’altro. Non si prova il rifiuto che si potrebbe provare dinanzi ai resti di un cadavere. Ciò che resta di una vita, di tante e tante vite, è lì davanti ai propri occhi, e appare naturale.

La storia di questo ossario, che le guide raccontano (nella relativa pagina di Wikipedia è possibile reperire qualche fonte bibliografica), è molto interessante e narra degli stratagemmi adottati da una comunità, da sempre abbandonata alle proprie tragedie, per trovare sollievo da angosce e paure collettive. Nella cava sono stati raccolti nel tempo i resti anonimi dei morti della peste del 1656, poi quelli del colera del 1836, e in generale tutti i resti delle persone che in quei secoli non potevano permettersi una sepoltura nel sotterraneo di una chiesa o che dalle chiese venivano poi prelevati per mancanza di spazio. Quando nel 1872 il canonico Gaetano Barbati fece ordinare e sistemare le innumerevoli ossa in base alla tipologia, l’ossario fu aperto al pubblico e divenne un luogo di culto. Iniziò, così, il culto delle “anime pezzentelle”, o delle “capuzzelle”, che fu molto vivo e sentito nella comunità partenopea fino a quando, negli anni Sessanta, la Chiesa lo proibì per gli aspetti feticistici e pagani che presentava.

Il “pezzente”, in napoletano, è una persona povera, un mendicante. L’origine latina “petientem”, participio presente di “petire” o “petere”, ovvero “chiedere”, svela il significato più antico della parola “pezzente”. Pezzente è colui che chiede, e le anime prive di sepoltura, quindi destinate a vagare per chissà quanto tempo nel Purgatorio prima di poter accedere al Paradiso, per il popolo napoletano erano “pezzentelle”, anime che chiedevano ai vivi preghiera e devozione per alleviare la propria sofferenza e accedere con più velocità al Paradiso. I napoletani più poveri e più sofferenti, e in particolare le donne, erano colpiti da questa mancata sepoltura, e in virtù della comune “povertà” dedicavano a queste anime le proprie preghiere, bypassando i santi e le divinità ufficiali, e sperando di ricevere in cambio una grazia. Sceglievano un teschio, lo “adottavano”, pregavano per la sua salvezza, fino a quando l’anima compariva loro in sogno palesando la propria identità e raccontando la propria storia. A quel punto, l’adozione era completa, il teschio veniva collocato in una teca, di marmo, di legno o di ferro, a seconda della disponibilità economiche del devoto, e veniva venerato, lì nella cava di tufo. Quando il culto individuale delle “capuzzelle” fu proibito dalla Chiesa, anche per l’evidente scavalcamento dei canali ufficiali di devozione che comportava, la resistenza opposta dai devoti fu davvero grande.

Quanto mistero, quanta sacralità, quanto esoterismo si respirano nelle navate di quella grotta. E forse si tratta di superstizione, forse è pensiero magico, forse è feticismo, forse è confusione tra realtà e fantasia, forse è tutto questo e anche altro, ma di certo il culto delle “pezzentelle” è stato un culto “democratico” di persone povere nei confronti di anime povere, e  che ha rappresentato una sorta di “ammortizzatore” di angosce collettive, soprattutto nel periodo della seconda guerra mondiale, quando figli e mariti partivano per il fronte e non ritornavano più.

Ed è stato un culto così umano e poco divino, nella sua protezione dei morti, esseri umani una volta in vita e di “classe” inferiore rispetto ai Santi, a Cristo e alla Madonna, ma su cui sarà stato facile per un uomo del popolo proiettare la propria sofferenza, il proprio bisogno di protezione e i propri aspetti “pezzenti”, richiedenti.  I sembianti di quelle anime, infatti, comparivano in sogno, a rappresentare in realtà chissà quale parte interna del sognatore, quale sua paura e quale suo desiderio, ma nel momento in cui quei sogni venivano raccontati al Cimitero, per narrare la storia di quella determinata anima “adottata”, diventavano sogni “sociali”, sogni che rivestivano un significato per un’intera comunità, e che aiutavano ad affrontare paure collettive.

Allora, sì, si cammina tra una navata e l’altra dell’ossario percependo tutto ciò in maniera forte. Lo si comprende perché tocca qualcosa di molto profondo e viscerale che accomuna l’umanità intera. Lo si tocca con mano soffermandocisi su un teschio e chiedendosi quale sia stata la sua storia.

E si prova un immenso rispetto per questa espressione della spiritualità. Le si perdona il feticismo, lì nelle viscere di Napoli.

E, infine, si risale alla luce del rione, e l’impressione è quella di essersi quasi affacciati oltre la vita.