Ancora il razzismo?

Inserito in Gruppi e Società

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Il tragico epilogo della storia già travagliata di Emmanuel, il nigeriano ucciso a Fermo, e la contemporanea riflessione sul numero crescente degli afroamericani uccisi dai poliziotti negli USA, hanno portato nuovamente l’opinione pubblica a soffermarsi sul fenomeno del razzismo che, strano ma vero, continua a pulsare.

Basta salire su un autobus, stare in fila alle poste, o girare tra le pagine dei social network, per ascoltare o leggere discorsi pieni di rabbia nei confronti dei migranti, che sembrano essere diventati il capro espiatorio verso cui riversare regolarmente rabbia e livore. L’aumento dei flussi migratori, in un periodo così critico dal punto di vista economico e lavorativo, sembra aver risvegliato nella popolazione già fragile ansie di tipo paranoico e reazioni difensive aggressive. La paura di essere invasi e di perdere la propria identità nazionale, strumentalmente utilizzata da leader politici poco accorti alle conseguenze di certe dichiarazioni, fa pensare a una regressione collettiva della capacità di integrare nella propria esperienza determinati eventi e di utilizzare difese costruttive ed evolute. Ma perché accade ciò?

 

Il dibattito di questi giorni mi ha portato a sfogliare dopo tanto tempo la mia tesi di laurea sul nazismo e sui meccanismi psicologici di massa che portano al successo di leader politici distruttivi. Per fortuna, non siamo in un’epoca nazista, e mi auguro che le nostre forze civili e democratiche siano tanto solide da resistere a eventuali pieghe di quel tipo, ma è innegabile che un rigurgito di intolleranza, di chiusura e di violenza, sì, proprio di violenza, verbale e non, stia serpeggiando pericolosamente nella popolazione. Ho trovato, quindi, molto utile rivedere il pensiero di Autori che avevo consultato per la mia tesi e che in passato hanno affrontato questa tematica. 

In particolare, trovo che il pensiero di Heinz Kohut, psicoanalista appartenente alla branca della Psicologia del Sé, con il suo approccio ai disturbi narcisistici individuali e di gruppo, abbia portato un importante contributo in merito. Concentrandosi proprio sul fenomeno storico del nazismo, nei suoi articoli degli anni ’70 e ’80, Kohut  ha avanzato un'ipotesi interessante riguardo ai fattori storici/sociali e individuali che potrebbero aver determinato situazioni estreme come la persecuzione di un intero popolo. Riferendosi alla Germania pre-nazista, Kohut parla di una vulnerabilità dell'identità di gruppo, ovvero di una vulnerabilità narcisistica di gruppo, che portò la popolazione tedesca a scegliere un leader apparentemente invincibile e da evidenti tratti paranoici.

La tesi di Kohut è che le ferite narcisistiche di gruppo abbiano una grande influenza, insieme a quelle individuali, sulla rabbia e sulla distruttività umane. Così come un bambino fa fatica a sviluppare un narcisismo sano se non ha ricevuto da parte del suo ambiente risposte empatiche e frustrazioni graduali, e finisce quindi da adulto per avere una scarsa autostima nascosta da idee di grandiosità, allo stesso modo un’intera popolazione, se priva di un’identità solida e sottoposta a umiliazioni, finisce per ricercare sicurezza in proclami rabbiosi e nazionalistici, e scaricare l’aggressività nei confronti di qualsiasi cosa appaia diversa e “minacciosa”.

Kohut ha preso in considerazione le offese narcisistiche arrecate al Sé di gruppo della Germania nel primo dopoguerra e la conseguente aggressività liberatasi nel tentativo inconscio della collettività tedesca di evitare la frammentazione dell’identità nazionale. Cosa intende precisamente Kohut per rabbia narcisistica e come si manifesta? La rabbia narcisistica è ciò che prova un individuo - o una nazione - che non abbia sviluppato una sicurezza di sé tale da affrontare delusioni e frustrazioni senza il terrore di disintegrarsi. L’ambiente esterno viene percepito in maniera primitiva; qualsiasi offesa, anche banale, suscita rabbia e aggressività sproporzionate; qualsiasi cosa o persona che possa esser considerata “altra” e diversa, costituisce un’offesa, un nemico, un aggressore da eliminare; tale nemico può essere intercambiabile, potrebbe essere qualsiasi cosa rappresenti l’alterità, e nei suoi confronti non si è assolutamente capaci di provare empatia.

Nel caso di una nazione, per dare corpo ad antiche e rassicuranti fantasie di onnipotenza, la rabbia narcisistica può tradursi nella tendenza a scegliere leader che allo stesso modo portino in sé gravi ferite narcisistiche e che urlino a gran voce la necessità di riappropriarsi dei propri “confini”, come è accaduto nel caso della Germania nazista. Hitler è stato un “sintomo”, quindi, un fenomeno “accessorio”, per dirla con Kohut, che è emerso solo a causa di un particolare stato psicologico collettivo. La sconfitta nella prima guerra mondiale, la crisi economica del dopoguerra, l’aumento della disoccupazione, il fallimento delle forze democratiche: tutto ciò aveva provocato una massiccia perdita dell’autostima nella popolazione, privato i tedeschi del loro orgoglio di gruppo e diffuso un bisogno di vendetta per i “torti” subiti. E fu così che i tedeschi scelsero come loro leader Adolf Hitler, che indicava in maniera precisa un capro espiatorio con cui prendersela e una “soluzione” che avrebbe restituito ai tedeschi l’orgoglio perduto.

Credo che le intuizioni di Kohut siano molto attuali e applicabili anche a situazioni sociali meno estreme ma comunque preoccupanti. L’ondata xenofoba che sembra attraversare l’Europa e che trova voce in schieramenti politici intolleranti e nazionalisti, potrebbe essere messa in relazione con una certa fragilità identitaria che accomuna i vari Stati. La crisi economica, la precarietà lavorativa, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, lo sfaldamento delle tradizionali ideologie politiche, sembrerebbero aver minato il senso di sicurezza collettivo e reso le popolazioni talmente fragili da considerare minaccioso persino un colore diverso della pelle.

“Saremo invasi”, “Ci ruberanno il lavoro”, “Prenderanno le nostre donne”, “Renderanno islamica l’Europa”, “Se ne tornino a casa loro”, sono alcune delle affermazioni che, almeno qui in Italia, vanno per la maggiore, e che sembrano indicare tutte una divisione del mondo in “dentro” e “fuori”, e una percezione di debolezza dei propri confini. Non confini geografici, ma interni, culturali, di identità. E così, come insegna Kohut, a partire da questa fragilità scaturiscono la rabbia, l’aggressività, l’odio, la distruttività, la violenza, verso tutto ciò che viene dall’esterno e appare diverso, pur di non percepire più una tale frammentazione e avvertire un senso di sicurezza. Ma invano. Una tale modalità difensiva è unicamente distruttiva, non riparativa.

Sempre Kohut ricorda come in una psicoterapia ciò che aiuti a elaborare un disturbo narcisistico sia la sua trasformazione in umorismo, creatività ed empatia. Allo stesso modo, una popolazione potrebbe lenire parzialmente le proprie ferite narcisistiche grazie a un aiuto psicologico che solo la cultura, con la sua capacità di cogliere i bisogni collettivi, potrebbe fornire. Il lavoro creativo e culturale svolto da artisti, intellettuali, poeti, musicisti, politici, potrebbe riconoscere il disagio collettivo e rispondere ad esso, dandogli voce e elaborandolo in maniera costruttiva.

Purtroppo, non sembra che attualmente ciò stia accadendo, in questo nostro Paese così fragile e sensibile alle voci grosse. La rabbia viene raccolta solo da chi intende strumentalizzarla. Non resta, quindi, che augurarci che prima o poi la cultura si risvegli e assolva al suo compito. Dar voce alla rabbia per trasformarla, per renderla costruttiva. Materia fertile che crea e dà vita, dunque, non veleno che distrugge e mortifica.

 

Kohut H., Potere, coraggio e narcisismo, tr. it., Roma, Astrolabio, 1986.