La lunga scia del terremoto

Inserito in Gruppi e Società

Inizialmente, ho accolto sia con fastidio che con stupore, le varie indignazioni polemiche che si sono susseguite a raffica, una dietro all’altra, a partire dal giorno in cui si è verificata la prima violenta scossa di terremoto fino ad oggi, mobilitando l’opinione pubblica ora in un verso, ora in un altro, alimentando tensioni, sollevando polveroni.

Ormai l’informazione, e la falsa informazione, corrono principalmente lungo i binari dei social network, ed è noto quanto indignazioni e contro-indignazioni siano quasi “indotte” dalla condivisione a catena di link e (pseudo) notizie. È noto, inoltre, quanto queste indignazioni abbiano vita breve e vengano velocemente soppiantate da altre. L’estate del 2014, ad esempio, ha visto una mobilitazione generale intorno alla questione palestinese, una mobilitazione accesa, viva, conflittuale, che improvvisamente si è interrotta. Lo stesso è accaduto l’estate successiva, nel 2015, quando l’attenzione di tutti si è concentrata sulla situazione critica della Grecia, fino a che, sempre all’improvviso, nessuno si è più chiesto che fine avessero fatto i greci. E così è accaduto tutte le altre volte in cui si è verificato un attentato, un golpe, un incidente ferroviario.

Nel caso del terremoto che ha scosso il Centro Italia neanche due settimane fa, la velocità con cui sono emerse le varie “indignazioni” è stata davvero sorprendente così come il modo in cui si sono sovrapposte e rinforzate a vicenda, fino ad arrivare a un punto di massima confusione in cui veniva quasi voglia di spegnere tutto e sperare soltanto che il numero delle vittime non salisse.

“Gli immigrati rubano gli hotel agli sfollati”, “la vincita del Superenalotto dovrebbe essere interamente devoluta alle popolazioni terremotate”, “il sisma è causato dall’amatriciana, anzi no, dalle unioni civili”, “le raccolte fondi sono truffaldine”, “il primo sciacallo è napoletano, di dove, se no?”, “non sono più Charlie Hebdo, o lo sono ancora?”, e via dicendo. Per ogni polemica naturalmente è scoppiato il movimento uguale e contrario di chi si è scagliato contro la polemica stessa e la sua inopportunità, e le due correnti, come sempre accade in questi casi, si sono dimostrate diverse solo negli orientamenti, ma uguali nella forza, nell’intensità e nell’irremovibilità.

Riflettendo su queste forti “correnti” di indignazione, di lamento, di polemica, e ponendomi all’esterno della mia stessa contro-indignazione, lo scenario ha cambiato prospettiva e tutto è stato più chiaro.

Dietro l’indignazione, c’è il dolore. Dietro la polemica rabbiosa, c’è il senso di impotenza. Dietro le accuse formulate verso i destinatari più vari, c’è il bisogno di placare la paura.  

Il terremoto non scuote solo case, edifici e ponti, non fa crollare solo pareti e scale, non mina solo fondamenta. “Solo”, si fa per dire, ovviamente. Va a intaccare profondamente anche la percezione di stabilità che abbiamo di ciò che ci circonda, del terreno, della nostra casa, del paesaggio che vediamo dalla nostra finestra, delle nostre abitudini, una percezione che ognuno di noi dà per scontato nel portare avanti la propria vita quotidiana. Ciò vale ovviamente per chi si trova direttamente coinvolto nella tragedia e dovrà pian piano, non senza fatica e dolore, ricomporre i pezzi di un’esistenza interrotta nel momento del sisma. In questo caso, l’evento tragico è considerabile un vero e proprio trauma, lo choc può prendere la via di un disturbo post-traumatico da stress, della depressione, o degli attacchi di panico, e il sostegno psicologico, attuato nei confronti del singolo, ma anche di gruppi, famiglie e comunità, risulta davvero fondamentale.

In misura ovviamente minore e per una durata più breve, questo intaccamento della stabilità riguarda anche chi, nel resto del Paese, ha assistito dalla propria casa alla sofferenza dei terremotati, entrando in contatto con essa attraverso immagini, video e parole, e partecipando emotivamente con la propria preoccupazione. Infatti, per giorni e giorni, macerie, scosse e paesi distrutti sono stati al centro dell’attenzione degli italiani, così come il numero delle vittime che purtroppo pian piano è salito. Se n’è parlato in famiglia, sul lavoro, per strada, su Internet. Difficile distogliere l’attenzione da un simile evento.

Nel momento in cui si verifica, il terremoto è un evento in relazione a cui si sperimenta un enorme senso di impotenza. La scossa arriva all’improvviso, può svegliare nel cuore della notte, terrorizza, paralizza, di certo non può essere controllata o fermata. Dinanzi a essa, ci si sente inermi, sopraffatti. La paura è tanta.

Sapere che un evento così tragico abbia travolto tante esistenze e stravolto tanti paesaggi del proprio Paese, sapere che potrà ripetersi, chissà dove e chissà quando, sapere che molto spesso le costruzioni in cui viviamo non sono realmente a norma, deve aver provocato, com’è naturale che sia, un clima emotivo generale di ansia, preoccupazione, senso di precarietà.  

In che modo, a livello collettivo, si è tentato di placare tale stato emotivo?

La psicologia insegna come, nei momenti di crisi, di forte stress, di insicurezza, sia a livello individuale che a livello collettivo, dia (temporaneo) sollievo identificare una causa rimovibile, una soluzione seppure illusoria, un capro espiatorio da accusare. Potersela prendere con qualcuno individuato con precisione, o rilevare una problematica (vera o presunta che sia), estirpata la quale è tutto risolto, rassicura, dà l’impressione di avere tutto sotto controllo, sposta la preoccupazione verso altro.  

Nel momento in cui un intero Paese sperimenta il massimo dell’incertezza riguardo a diverse variabili (la sopravvivenza di chi è rimasto per ore sotto le macerie, il tempo in cui i sopravvissuti dovranno rimanere nelle tende, la possibilità che i paesi distrutti siano ricostruiti in tempo breve e nel pieno della legalità, etc.), e sente di non avere il controllo su nessuna di quelle, pensare che la “colpa” sia attribuibile (per esempio) a una trivella, tranquillizza, perché si tratta di una causa evitabile, superabile, per niente oscura; oppure, credere che gli sfollati staranno meglio se gli immigrati saranno cacciati via dai fantomatici alberghi o sostenere che donare soldi sia inutile perché verranno rubati, rassicura, in quanto viene individuato ciò che ostacola la ripresa dei terremotati, una sorta di capro espiatorio a cui addossare la responsabilità di tutto ciò che non funzionerà; o ancora, avanzare richieste salvifiche come quella relativa al Superenalotto, ha la funzione di identificare in un colpo solo un’illusoria soluzione miracolosa e una causa di mal soccorso nel caso in cui non venga attuata.

Tutto ciò rientra in un meccanismo di difesa, abbracciato collettivamente, attraverso cui si tenta di non prendere contatto con le spiacevoli emozioni della paura e della tristezza, di percepire un minimo di controllo su ciò che si sta provando, di dare una forma e un senso a ciò che appare incomprensibile e imprevedibile, e di spostare tutte le emozioni spiacevoli su qualcosa di più “maneggevole”.

Forse è più complicato, più faticoso a livello emotivo, affrontare la propria paura, che nasconderla dietro rabbia e indignazione. Ma in questo modo la paura resta lì, serpeggia lungo un intero stivale, non trova voce per esprimersi se non sotto le forme su citate, non viene elaborata, interrogata, rimane inascoltata. Ed è vero che la rabbia va raccolta, ma prima ancora andrebbe raccolta la soverchiante paura che ci ha attanagliato, soprattutto perché ha una natura corale, non solo individuale, stringe nella sua morsa  l'intero Paese.

Certe indignazioni nascondono forti dispiaceri, grandi tremori. Comprendere ciò aiuta a risalire alle origini di una “corrente” di pensiero, a  decifrarla, a sospendere il giudizio per poter osservare ciò che vi si cela dietro. In fondo, la paura è uno dei colpi di coda dell’evento sismico, la lunga scia emotiva che ci lascia questo terremoto, e non può non essere presa in considerazione.