Quando la massa diventa “web”

Inserito in Gruppi e Società

“(…) All’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica.”

Era il 1921 quando Sigmund Freud scrisse queste parole nel suo prezioso Psicologia delle masse. Quest’opera, così significativa sia per l’evoluzione della psicoanalisi che per la storia della psicologia dei gruppi, mi ritorna in mente in questi giorni così densi di dibattiti sul “web” e sulla sua “follia”.

Dalla pubblicazione di quest’opera, ancora incentrata sul modello pulsionale, è passato ormai quasi un secolo; gli studi e le ricerche sulle folle, le masse, i gruppi allargati, sono stati innumerevoli, nell’ambito della psicologia sociale, della psicodinamica dei gruppi, della psicologia di comunità. La tendenza, che compare in ogni moltitudine umana, a formare una massa psicologica è stata ben scandagliata, così come le caratteristiche tipiche dei grandi gruppi.

Il concetto di “massa” e le relative acquisizioni teoriche, mi si riaffacciano alla mente ora che, in piena era digitale, dobbiamo confrontarci con le caratteristiche e il funzionamento di un nuovo tipo di moltitudine, una moltitudine virtuale, il fantomatico “web”, su cui tanto è stato scritto nell’ultima settimana. Il triste caso della giovane donna suicidatasi in seguito alla gogna mediatica di cui è stata fatta oggetto, e altri casi in cui si è manifestato il fenomeno del cyberbullismo, hanno spinto e spingono gli addetti ai lavori a interrogarsi su fenomeni virtuali che poi tanto virtuali non sono. Che il web sia la versione moderna e digitale delle più “tradizionali” masse?

“Web” sta per “ragnatela”, “rete”, e molto spesso se ne parla come a volte si parla della “società”, dello “Stato”, del “sistema”, ovvero come se si trattasse di un’entità astratta, ineffabile, incorporea. A ben guardare, il web è composto da persone in carne e ossa, reali, sedute davanti a un pc o con un smartphone in mano, ognuna con la propria storia, la propria personalità, le proprie responsabilità, che una volta compattate e orientate verso un determinato obiettivo, formano una totalità con proprietà proprie.

Ai tempi di Freud, si pensava alle masse rivoluzionarie, o alle masse “organizzate”, come le istituzioni. Per massa si può intendere una folla di manifestanti, o i tifosi seduti sugli spalti di uno stadio. In ogni caso, un grande gruppo composto da persone che non si conoscono tra di loro, ma che si ritrovano insieme nello stesso posto, accomunati da un obiettivo, e che sperimentano l’appartenenza a un qualcosa di più grande che li sovradetermina, qualcosa di transpersonale. È noto quanto in una massa, l’individuo senta venir meno le proprie motivazioni personali e si senta quasi disperdere in un umore collettivo: i moti di “pancia” sembrano prevalere sulla logica e sulla razionalità, si finisce per fare o dire ciò che solitamente non si fa e non si dice, ci si sente deresponsabilizzati, l’emotività è primitiva, ci si identifica facilmente con leader dai messaggi forti.

Il termine “massa”, utilizzato con un’accezione spesso negativa, fa pensare anche all’opinione pubblica, a una corrente d’opinione in un determinato periodo, a qualcosa di apparentemente impalpabile, ma incisivo nei suoi effetti. E, quindi, anche il web, con i movimenti e le oscillazioni di pensiero che lo contraddistinguono, potrebbe essere considerato come una massa con la sua psicologia.

Ci sono eventi, fatti di cronaca, situazioni politiche, che sembrano catalizzare l’attenzione di chi è connesso e infiammare la rete. Come in una qualsiasi massa, un’invisibile moltitudine di persone sembra compattarsi attorno a un’opinione, o comunque concentrarsi intensamente su un argomento; i toni (scritti) sono alti, si scrivono frasi dal contenuto molto forte, spesso offensive o derisorie, che probabilmente nella vita reale non si pronuncerebbero facilmente, si “litiga” con persone che non si conoscono, si punta qualcuno e lo si massacra per giorni, che sia un vip, un giornalista, un politico o un comune mortale che ha fatto/scritto qualcosa che è stato fatto girare come un virus. Di certo, i vari Autori che nel giro di decenni si sono occupati del funzionamento dei grandi gruppi non avevano in mente una rete virtuale, di cui da relativamente poco tempo stiamo facendo esperienza. Eppure, questa ragnatela virtuale, per certi aspetti, non appare molto diversa dalle masse comunemente note, e quando si creano specifiche correnti di pensiero, dietro cui si celano migliaia e migliaia di persone, l’impatto è forte quanto quello di un corteo. E ciò che emerge è probabilmente qualitativamente diverso da ciò che ogni singola persona porta con un commento, un video, un articolo. È una totalità con una specifica natura.

Il web, tuttavia, data la sua natura digitale, è una ragnatela che presenta particolarità che esasperano e portano all’estremo le caratteristiche di una massa. Il fatto di avere dinanzi a sé uno schermo e non una persona, la velocità delle informazioni che veicolano i social, la possibilità di nascondersi dietro false identità, l’impressione che le parole scritte non sortiscano effetti, portano i fruitori delle connessioni illimitate ad avere meno remore del solito. Tutto è molto veloce, le immagini scorrono, l’attenzione è labile e si sposta subito su altro, cosa sarà mai un commento pieno di insulti nel grande mare navigato dal mondo intero?

Così, come si vede, periodicamente e con molta facilità qualcuno viene preso di mira e disumanizzato. Ciò che circola al suo riguardo è completamente avulso dalla persona nella sua interezza. Foto, immagini, video, vengono divulgati, commentati, stravolti, fatti girare, senza che si inneschi alcun moto di empatia nei confronti del malcapitato. Sembra quasi che dietro quello screenshot o quella foto non ci sia una persona che potrebbe sentirsi ferita da insulti e derisioni. Tutto viene parcellizzato, frammentato. La persona diventa un oggetto, diventa ovvero la foto che la ritrae o il video che la inquadra; non suscita sentimenti, identificazioni, compassione. E se tutti la insultano, cosa sarà mai un mio insulto? La deresponsabilizzazione raggiunge livelli molto elevati. L’impressione, infatti, è quella di non commettere nulla di grave, di reale, di realmente dannoso nei suoi effetti.

Vengono in mente le gogne e i patiboli di altri tempi, piazze affollate, sangue e urla. Così come vengono in mente i roghi delle “streghe”. Non può infatti sfuggire che in molti casi a essere puntate siano le donne e la loro sessualità, in un inquietante miscuglio di cyberbullismo e sessismo. Tutto è, però, trasposto sul piano virtuale, su uno schermo che appare innocente, in quanto lontano. Si assiste al linciaggio di una figura, di un’immagine bidimensionale, ma si dimentica che in realtà dietro quella figura esiste una persona.

Spesso si sente dire che i social network ci hanno resi aggressivi, esibizionisti, guardoni, narcisisti, e chi più ne ha più ne metta. Verrebbe, piuttosto, da ipotizzare che abbiano semplicemente slatentizzato e portato allo scoperto aspetti molto primitivi delle nostre gruppalità interne, che fino a qualche tempo fa emergevano soltanto quando più persone formavano una massa agguerrita o facevano “branco”. La tendenza collettiva a scovare qualcuno da attaccare (che dopo qualche giorno sarà sostituito da qualcun altro, e poi ancora da un altro, etc. etc. etc.) sembrerebbe qualcosa di vecchio quanto il mondo, se non fosse per il carattere capillare, insidioso, persecutorio che assume in rete. La connessione è continua, la persecuzione non cessa neanche per un minuto, non c’è tregua.  

R. Carli e R. M. Paniccia (2004) parlano molto efficacemente di schema “amico/nemico”, lo schema che rappresenta il modo più primitivo di simbolizzare emozionalmente un contesto. Simbolizzare l’altro come un nemico serve a negare la sua estraneità, a ingabbiarlo entro un’immagine che ci orienta verso l’azione. Il nemico, come suggeriscono gli Autori, è una certezza. È una simbolizzazione che ci allontana dall’alterità. Un bisogno antichissimo e presente da sempre, quindi.

La ragnatela/web consente a questo bisogno di trovare facile e immediato sbocco. Non solo. Come qualsiasi altro grande gruppo, esercita una forza che va oltre le singole persone, per cui dinanzi a un movimento collettivo di attacco virtuale si avverte un forte richiamo ad agire in massa secondo quella direzione, seguendo unicamente istinti di pancia e bisogni primordiali. 

Proprio in questi giorni il Parlamento sta discutendo una proposta di legge riguardo a ciò che si configura come cyberbullismo, ma parallelamente sarebbe opportuno riflettere, ancora una volta, su cosa spinge i grandi gruppi umani, imbrigliati in ragnatele, a mobilitarsi contro qualcuno, e sulla difficoltà di ognuno di noi a prendersi cura della propria vulnerabilità, spesso negata e trasformata in attacco.

Carli R., Paniccia R. M., (2004), L'analisi emozionale del testo. Uno strumento psicologico per leggere testi e discorsi, Franco Angeli.                                 

Freud S., (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io, tr. it., Torino, Bollati Boringhieri, 2003.