Paterson. La bellezza della consuetudine

Inserito in Psicologia nel Cinema

Tempo di rientri. Dalle vacanze, dalle ferie o, per chi non ne abbia avute, dalla tipica atmosfera di sospensione dei mesi estivi. La città deserta pian piano si ripopola, i mezzi si riempiono, le strade si intasano nuovamente. Riprende ciò che viene definita “la normalità”, la vita di tutti i giorni, la routine lavorativa, scolastica o domestica, il tran tran ripetitivo.

C’è chi saluta con sollievo il ritorno all’usuale ritmo quotidiano, lo accoglie come si accoglie un’ovattata sicurezza, un porto familiare a cui ricongiungersi dopo un’esplorazione. Al contrario, c’è chi arriva a soffrire di un vero e proprio “trauma da rientro”, al pensiero di riprendere contatto con ciò che è stato lasciato in sospeso e di cui forse non è profondamente contento.

L’andamento delle nostre giornate tipiche, sia che lo percepiamo come insostenibilmente noioso e ripetitivo, sia che lo consideriamo soddisfacente e sereno, è ciò che contribuisce a dare senso e struttura al nostro incedere negli anni e nel tempo della nostra vita.

È riflettendo su ciò che mi viene in mente un prezioso film di Jim Jarmusch uscito nel 2016, Paterson, a cui vorrei dedicare queste righe e di cui consiglio la visione a chi non ha ancora avuto l’occasione di vederlo.

Il confine della pelle

Inserito in Psicologia nel Cinema

Mi piace molto andare a scovare film italiani passati quasi inosservati, sconosciuti ai più, o presto dimenticati. Soprattutto se non sono produzioni altisonanti e risalgono a qualche decennio fa. Li si può guardare con la lucidità della distanza temporale e senza la soggezione che a volte comporta il grande film.

Così, mi sono ritrovata a rivedere un film del 1994 intravisto da ragazzina e poi messo nel dimenticatoio, “Senza pelle” di Alessandro D’Alatri.

Si tratta di un film che è di indubbio interesse per chi, per qualsiasi motivo, è vicino ai disturbi psichiatrici e per chi apprezza le produzioni sul tema, ma che permette di riflettere su un aspetto rilevante per l’esperienza umana in generale. Per alcuni versi un po’ crudo, per altri forse poco realistico, in ogni caso è nel complesso un prodotto di valore, grazie anche alla sorprendente recitazione dell’attore principale.

Se questo è amore

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“Primo amore” di Matteo Garrone. Avevo sentito parlare di questo film già al momento della sua uscita, ovvero nel 2004, ma nonostante mi avesse incuriosito fino a qualche mese non l’avevo ancora visto. Questo inverno l’ho cercato ed è stata una scoperta interessante quanto conturbante.

Ne scrivo qui, perché credo possa incuriosire gli appassionati di cinema a sfondo psicologico e di sguardi vicini alla crudezza di certe esperienze umane. Lo sguardo che ci offre Garrone, infatti, ci mostra un enorme disagio e un’enorme sofferenza nella loro essenzialità, in maniera secca, senza orpelli e fronzoli, ridotti all’osso e scarnificati come il corpo della protagonista, crudi come le verdure che è costretta a mangiare, fissi e immutabili come lo sguardo del protagonista.